Fermi tutti! Mamma è malata… E allora?

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Quando una mamma si ammala dovrebbe fermarsi tutto, ma proprio tutto.

Invece, ve lo dico, non cambia assolutamente niente!

Tutto procede come sempre: il marito va al lavoro, il figlio grande a scuola e la piccola di nemmeno un anno dipende da te in tutto e per tutto.

Aprendo gli occhi al mattino, cercando di raccogliere le forze e pregando in turco che da qualche parte queste siano nascoste e che si decidano prima o poi ad arrivare, una mamma influenzata sa già che nella sua giornata non cambierà nulla.

Vivendo lontana dalla famiglia, con un marito che lavora fuori tutto il giorno, l’unica cosa che posso fare quando mi capita – come in questi giorni – è sperare di riuscire ad arrivare fino a sera ancora lucida.

Mi trascino per casa come uno zombie, respirando a fatica, occhi lacrimosi e naso tappato. Faccio colazione, mi lavo, mi vesto, sfamo la figlia piccola, la lavo, la vesto, sto dietro al figlio grande  mentre urlo stizzita perchè la sua lentezza mi irrita soprattutto in questi giorni in cui la mia testa sembra essere in un’altra dimensione (un po’ come quando ti asciughi i capelli con il phon e perdi connessione con quello che ti circonda) mentre il corpo si ostina a rimanere nella realtà e procedere seguendo istruzioni che non so nemmeno da dove arrivino (dalla memoria, forse).

Corro perchè sono in ritardo, come al solito, mi affanno (ancora di più perchè il respiro è faticoso, malata come sono). Ci infiliamo in macchina, parcheggio, prendo in braccio la figlia piccola, accompagno il figlio grande, lo saluto con un bacio infetto (e lo so, non dovrei, ma se non lo saluto con un bacio non è la stessa cosa) e poi ritorno in macchina e poi a casa cercando di mantenere la massima lucidità al volante mentre sogno il letto e lo vedo allontanarsi sempre più da me. Tra me e lui ci sono almeno quindici ore di distanza e una serie infinite di faccende e commissioni, biberon e pappine, pannolini, e poi biancheria, cena da preparare, torta da infornare, telefonate da fare, libri da editare, traduzioni da concludere. Penso con dolorosa nostalgia alle volte in cui influenza significava: letto, libri, biscotti e occasionalmente tv. Ah, un sogno!

Torno a casa, richiudo la porta e tiro un sospiro di sollievo. Mi accascio sul divano. Sembra abbia scalato l’Everest, invece sono solo all’inizio. Guardo la figlia piccola che gioca nel box, mi concedo cinque minuti ancora sul divano, leggo la posta, le notifiche di qualche profilo social, le notizie dal mio cellullare (perchè di mettersi seduta al computer non se ne parla… e chi ce la fa?).

Figlia mi guarda e sembra pensare: ‘Non sai cosa ti aspetta’ con un sorrisetto dolce e diabolico allo stesso tempo. Ricambio il sorriso, intenerita e terrorrizzata, mandando al cielo nuove preghiere. La mia giornata è appena cominciata. Sigh.

Ce la posso fare. Anzi, ce la DEVO fare.

Ma tanto io ce la faccio sempre, mi ripeto come un mantra sperando che possa funzionare.

In giorni come questo, però, non ne sono più tanto sicura.

 

 

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ERA MIA MADRE, dieci anni per raccontarla

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Non è stato facile. Il libro è rimasto lì, a riposo, per dieci anni. Subito dopo la scomparsa di mia madre a causa dell’alieno (come lo chiamava Oriana Fallaci), ho cominciato a scriverlo per tante buone ragioni, una su tutte: sopravvivere al dolore.

Ma, nel corso degli anni, lo riprendevo, lo editavo, tagliavo scene, ne aggiungevo di altre, scarabocchiavo ai margini dei fogli bianchi svolazzanti le mie impressioni, i punti che non andavano trovando sempre un motivo per rimandare questa pubblicazione.

No, non va bene. Devo descivere questa scena, spiegare meglio questa vicenda, caratterizzare maggiormente questo personaggio…

Ogni volta avevo in mano una scusa valida. La verità è che non ero pronta a lasciarla andare questa storia. O forse era la storia stessa che non voleva essere ‘liberata’.

Poi, di punto in bianco quelle pagine mi hanno costretto a editare sul serio inchiodandomi per ore al pc senza che avessi scampo. Scalpitavano, non riuscendo più a essere relegate all’interno di un file sul mio desktop.

Ora, come dico sempre quando pubblico un libro, questa storia non è più solo mia. É anche vostra. Spero che Elena riuscirà a rapirvi, a farvi indignare, a farvi sorridere, a farvi emozionare.

Buona lettura!

 

Breve estratto da ERA MIA MADRE:

“E tu, mamma, avresti dovuto avere il diritto di continuare a trasmettermi il tuo credo, una di quelle cose che le figlie comprendono dopo, aiutate dal tempo che matura la pelle e la coscienza.
Un credo che non possiamo apprezzare quando siamo invaghite della vita che si prospetta davanti a noi, che non basta ripeterci tutti i giorni, tanto da sfiancarci.
Un credo che a raccontarlo agli amici quando sei adolescente ci scappa anche una risata.
Un credo che diventa una lezione di vita che comprendi vivendo, quando impari a campare a modo tuo e se ti guardi intorno ti accorgi che la gente, no, non è poi uguale a te perchè per molti non conta l’onestà, la correttezza, la sincerità semmai i sotterfugi, i giochetti, le bugie.
É allora che comprendi la lezione.
Comprendi che in fondo tua madre era un po’ speciale e sapeva distinguersi, perché l’onestà non si baratta con niente. Comprendi che essere se stessi vale di più che sottomettersi a qualsiasi logica, che la miserabile condizione di chi gioca con le vite altrui è niente rispetto alla serenità di svegliarsi al mattino sapendo che in fondo ciò che guiderà ogni giorno è solo la tua VERA natura.”

Link d’acquisto: https://www.amazon.it/Era-mia-madre-Emiliana-Erriquez-ebook/dp/B0765V5LNF/ref=sr_1_1?s=digital-text&ie=UTF8&qid=1507301175&sr=1-1

 

 

 

 

 

Autunno, il risveglio è multitasking

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Ore 6.30. Suona la sveglia.

Rientro dalle vacanze. L’autunno è arrivato. É  finita la pacchia.

La piccola di casa non ha dormito bene stanotte, per via di un brutto raffreddore (odio le mezze stagioni!),io apro gli occhi a malincuore. Mi alzo, ho bisogno di un caffè. Uno bello forte altrimenti non mi sveglierò mai.

Ore 6.35

In cucina, il marito già armeggia con i piatti per la colazione. Sorrido, gli dò un bacio e mi preparo a scendere in campo. Ma prima voglio il mio caffè! Seduta, resto in silenzio e rifletto quei dieci minuti che mi sono concessi prima che la battaglia quotidiana abbia inizio. Penso alla nuova copertina del libro che ho scritto su mia madre, soddisfatta.

Mio marito ogni tanto tenta di fare conversazione, il mio cervello non è ancora abbastanza sveglio. Posso al massimo lasciar fluire qualche pensiero. Sorseggio lentamente il mio caffè godendomi quella pace che so ritroverò solo a fine giornata.

Ore 6.50

Guardo l’orologio, realizzo che devo affrettarmi. Infilo i piatti in lavastoviglie. Tiro un sospiro di sollievo e mi ripeto: “Forza!” mentre le gambe mi cedono e ho un principio di mal di testa dovuto probabilmente alla mancanza di sonno.

Ore 7.00

“Amore, sveglia!” comincio con il dire a mio figlio che, come al solito, non vuol saperne di aprire gli occhi.

Prendo il suo zaino, preparo la merenda, controllo velocemente che ci sian tutto il materiale per la scuola e che non abbia dimenticato niente sulla scrivania. Ritorno in camera, “Amore, è tardi! Alzati!” comincio a urlare, spazientita.

Ore 7.15

Vado in camera da letto, sveglio dolcemente la piccola – che purtroppo essendo arrivata dopo deve seguire gli orari di suo fratello invece di restare al calduccio sotto le coperte. Sento mio marito che va e viene dal bagno alla cucina, alla camera da letto mentre si prepara per andare al lavoro.

Torno in cucina, ma prima mi affaccio in cameretta e tiro via le coperte di mio figlio senza pietà. Lui borbotta ma alla fine si alza.

Con in braccio la piccola, preparo il latte per lei mentre la coccolo dolcemente. Mio marito è quasi pronto ad andar via, il treno non aspetta nessuno.

Ore 7.30

Mio figlio entra in cucina, si trascina lentamente mentre io sono agitata e guardo di continuo l’orologio. “Sbrigati a fare colazione!” gli dico, nervosa.

“Sììììììì” mi risponde lui con la voce ancora impastata dal sonno. Si siede con una lentezza che non sopporto.

Prendo il latte, ormai pronto, e lo faccio bere alla piccola che mi guarda confusa e felice di poter mangiare. Le sorriso, intenerita e dispiaciuta che debba svegliasri così presto. A dirla tutta, è un bene per il mio lavoro perchè significa che dopo le verrà di nuovo sonno e io potrò mettermi a scrivere e/o tradurre per gran parte della mattinata.

Ore 7.40

Segue alla velocità della luce, il cambio veloce del pannolino, la scelta dei vestiti da indossare per mamma, figlio grande e figlia piccola.

Il figlio grande, nel frattempo, va in bagno a lavarsi.

Mio marito saluta tutti e scappa in stazione.

Ore 07.50

Mollo la piccola nel box, la guardo un attimo mentre afferra il primo giochino che attira la sua attenzione e mi precipito in bagno. Posso lavarmi, giusto? Ce l’ho un po’ di tempo? Pare di sì, oggi sono fortunata.

Ore 7.57

Sette minuti, sette, per lavarmi, vestirmi e truccarmi (ma come ho fatto? Giuro che non lo so!) e schizzo fuori dal bagno. Afferro la borsa, le chiavi, le giacche e la bimba nel box e prima di sgattaiolare in fretta fuori casa, urlo a mio figlio: “La cartella!” che puntulamente dimentica, troppo preso dalla lettura dei suoi fumetti mentre mi aspetta.

Ore 8.05

Tre minuti di macchina e arrivo a scuola. Prendo in braccio la bambina, sistemata in gran fretta nel seggiolino. Urlo a mio figlio: “La cartella!” e mi incammino con un peso di nove chili e mezzo addosso – sì, la schiena mi duole ma ignoro il dolore – verso l’entrata della scuola.

Ritorno in macchina, risistemo la bambina nel seggiolino. tre minuti di macchina, percorrendo la strada al contrario, e sono di nuovo sotto casa.

Ore 8.20

Quando rientro, mollo tutto, bimba compresa e mi siedo un attimo. Ho ancora i letti da fare, i bagni da sistemare, il disordine in giro da far sparire. E la bimba da far addormentare. Sono già stanca e la giornata non è ancora iniziata.

Ore 9.00

Fnalmente respiro di nuovo. Sono seduta davanti al computer. Sorrido felice e penso: “Quanto amo il mio lavoro!” mentre soffoco uno sbadiglio.

 

 

 

Dall’altre parte del mondo…per poi tornare

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Eccoti, pronta ad arrivare dall’altra parte del mondo. Un fiume di persone ti scorre davanti agli occhi, intorno a te solo movimento, colori e odori di cibo pronto. Immagini i giorni che verranno, ti lasci sedurre da quelle speranze che stanno per trasformarsi in realtà. E, in quell’aeroporto brulicante di vita, con un groppo in gola e la valigia in una mano, abbracci con l’altra chi in te ha sempre creduto, chi ti ha cresciuto e lo senti piangere, un singhiozzo soffocato, che riesci appena a percepire. Stai partendo e forse sarà per sempre.

Distogli lo sguardo, lo poggi al di là delle grandi vetrate che si affacciano sulla pista, allungata come fosse un tappeto, con enormi insetti giganti che sono in realtà aerei di linea in grado di portarti dall’altra parte del mondo. Ed è proprio lì che tu vuoi andare: lontano. Dal tuo paese, dai tuoi affetti. Ci credi davvero.

Quando sali sull’aereo, l’entusiasmo è tale che te ne freghi, del dolore che hai provocato e anche del tuo stesso dolore che, infame, sale dal petto e ti si pianta in gola. Passi ore a guardare al di là del finestrino, la faccia appiccata ai vetri e gli occhi pieni di altri paesi, di un altro continente, che hai già visitato tante volte, ma mai con l’idea – forse solo la segreta illusione – che potesse un giorno diventare la tua casa. E non ci pensi a quel dolore, perché non vuoi farlo. L’America è troppo bella e ti incanta sin dalle nuvole.

L’aereo atterra e ora più che mai sei consapevole che davvero quella terra che calpesti è dall’altra parte del mondo. Una sensazione di leggerezza, come se fossi ubriaca, ti riempie tutta. Sei ubriaca di sogni, di speranze coltivate per troppo tempo, messe da parte e poi esplose tanto da non farti ragionare.

L’Italia è lontana, un oceano sconfinato ti divide dalla tua terra. Perché sì, l’hai sempre sentita tua quella terra, ma non te ne accorgi mentre sei in America, mentre bevi uno di quei caffè lunghi contenuti in enormi bicchieri di plastica o ti fermi in un fast food per riempirti di muffin profumati e zuccherosi, non ci pensi quando ti aggiri saltellando contenta tra le enormi corsie dei supermercati e ti lasci ammaliare dalla varietà di articoli presenti, mentre decori le zucche per l’imminente festa di Halloween e ti diverti a girare con tuo figlio, porta a porta, e che ‘dolcetto o scherzetto’ sia. Non vuoi pensarci mentre sorridi ai tuoi amabili vicini, sempre cortesi, e ci scambi due chiacchere, riuscendo a meravigliarti del loro modo di essere, della loro gentilezza, della loro capacità di rendere ogni tuo talento prezioso, non ci pensi mentre decori l’albero, appendi le Christmas stockings e ti prepari a festeggiare il Natale nell’American way.

In fondo, l’America è accattivante, spietatamente bella. Bella da fare male, bella da piantarsi dentro – con i suoi paesaggi, la sua cultura, il suo affascinante melting pot – e creare un nido che vorrai sempre riempire di tue creature per poter dire un giorno, io ce l’ho fatta.

Ma ti costringi a guardare Sanremo, tu che in Italia l’hai sempre snobbato, per illuderti di essere un po’ più vicina al tuo paese che non avresti mai pensato ti sarebbe mancato tanto da toglierti il fiato, nemmeno mentre ti fai spedire in Texas taralli pugliesi e parmigiano perché l’America sarà pure bella, sarà pure il futuro, ma i taralli pugliesi non ce li ha.

E proprio mentre sorridi ai tuoi amici che hanno organizzato una reunion per le feste, proprio mentre mastichi la deliziosa cherry pie e ingoi litri di acqua ghiacciata anche in pieno inverno, guardi le facce di chi ami e comprendi che l’America è un sogno. E tale resterà per sempre, non riuscirà mai a diventare piena realtà.

Quella consapevolezza ti aggredisce, cresce ogni giorno di più insieme alla nostalgia per chi è rimasto in Italia, distante migliaia e migliaia di chilometri con in mezzo anche un oceano sconfinato.

E allora lo ammetti che ti manca il tuo paese, sì, ma soprattutto ti manca la tua Puglia, la regione in cui sei cresciuto, che ti ha regalato gioie indimenticabili e dolori tremendi e una genuinità che ti porti in giro per il mondo con un certo orgoglio. Ti manca il mare, il suo colore e la calma di certi mattini d’estate, perché ad Amarillo – laggiù nel cuore dell’ Old West – il mare è distante centinaia di chilometri e tu la vivi, questa distanza: è spietata, ti soffoca e non sai più se sei disposta a sentirla addosso ogni giorno. Ti manca il tempo che scorre lento, mentre tutto lì in America è veloce. Ti manca il contatto umano, quello vero che non è fatto solo di apparenza e cortesia. Ti manca tutto della tua lunga regione, dal Gargano al Salento. Ti mancano i monti Dauni, i trulli, le Murge e le distese di ulivi che si agitano al vento e quello stesso vento di scirocco che ti toglie il respiro.

E allora, una mattina, all’improvviso decidi. E mentre lo fai ti si strappa il cuore – perché è sempre stato un po’ diviso a metà, tra l’America e l’Italia. Ma sai che, se vuoi continuare ad amare l’America, devi andare. Devi tornare a casa, tornare in Puglia, o finirai per odiarlo quel Nuovo Mondo che pure ti ha accolto con amore ed entusiasmo e ti ha regalato giorni pieni di magia. Per continuare ad amarlo, devi rinunciarci. Ma ci tornerai, questo lo sai, perché tra l’America e te non è mai finita. Non finirà mai.

E allora torni, non vedevi l’ora di tornare, e questa volta mentre scendi dall’aereo che ti ha riportato a casa il singhiozzo soffocato è il tuo, non delle persone che ami. Perché comprendi che certi sogni devono restare tali, e soprattutto che la tua terra e i tuoi affetti fanno parte di quello che sei e valgono più di tante illusioni.

 

Un mio post apparso sul blog Logokrisia.

Flora la pazza

flora la pazzaFlora la pazza di Roberta Andres, edito da Amarganta, è un libro intenso. Un libro che ti scava dentro, ti ferisce proprio come Flora ferisce se stessa in una forma di autolesionismo che sembra quasi una liberazione. Questa donna, protagonista di un amore che arriverà a considerare ingusto tanto da sentirsi costretta a compiere un gesto estremo, affronta ogni giorno il proprio io, consapevole che non sempre ne uscirà vincitrice.

Flora la pazza è un libro che regala un po’ di malinconia, in alcuni punti, che fa desiderare una vita diversa per Flora – verso cui il lettore prova subito un’immediata e profonda empatia –  un libro che dona speranza, nonostante tutto.

La storia di Flora, così sapientemente narrata e intrecciata con la vera storia di Napoli, trascina il lettore in un vortice emotivo che non lascia scampo, lo spinge a riflettere su alcune importanti tematiche, a riconoscere che c’è un po’ di Flora in ognuno di noi, che le voci che lei sente sono le stesse che a volte ci riempiono la testa, a immedesimarsi in alcune sue reazioni agli eventi della vita.

La scrittura di Roberta Andres è vivida, fluida, evocativa. Una scrittura che incanta da cui è impossibile staccarsi, una scrittura che caratterizza i personaggi in modo sapiente e forte e che regala scorci di una Napoli indimenticabile, nel presente e nel passato.

Assolutamente consigliato!

FLORA LA PAZZA di Roberta Andres

Solo i bambini sanno

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Le brutte notizie viaggiano in fretta, si sa, e io non ho mai saputo quale fosse il modo migliore per darle. Ho sempre provato un certo disagio, una sorta di rifiuto.

Ne ho ricevuta una, di brutta notizia, la settimana scorsa: mia nonna è venuta a mancare. Se ne è andata in silenzio per non disturbare – come diceva lei – nel cuore della notte.

Il primo giorno ero sconvolta. Che si abbia quarant’anni o dieci  la scomparsa della propria nonna provoca lo stesso profondo dolore in un nipote che ha passato con lei gran parte della sua vita. ‘I nonni sono tutto’ mi ha scritto qualcuno quel giorno in un messaggio sintetizzando alla perfezione quel che provavo.

Il primo giorno, dicevo, non sapevo io stessa come affrontare la notizia e ho preferito non mettere al corrente mio figlio di nove anni. Temevo di minare la sua serenità, mettere in discussione le sue certezze. Ho lasciato che le emozioni fluissero in me, ma solo quando lui era lontano da me, in campagna a giocare spensierato con i suoi nonni.

Ho assorbito il significato di quella perdita, l’ho metabolizzata, il tutto nel giro di poche ore, un giorno appena. Perchè quando si hanno figli è l’unico modo in cui poter reagire per non lasciare che insicurezze e paure si facciano strada dentro di loro. Ingoiavo singhiozzi che mi salivano dal petto nei momenti più impensati e pensavo di dovergli trasmettere serenità, forza perchè fosse sereno e forte lui stesso.

Il primo giorno è passato, sono riemersa dal dolore a gran fatica.

Il mattino successivo mi sono svegliata e il pensiero della scomparsa di mia nonna ha colpito la mia coscienza come una frustata improvvisa. Mi sono alzata, sapendo che era arrivato il momento di dare la notizia a un bimbo di nove anni che aveva già affrontato – suo malgrado – il tema della morte solo un anno prima quando a morire era stata una sua amichetta.

Mi ha guardata aggrottando le sopracciglia, chiedendomi: ‘Come?’. Ho compreso che quella domanda non voleva davvero cercare di scoprire il modo in cui mia nonna era morta, piuttosto era un modo per darsi tempo e accettare – come solo i bambini sanno fare – l’idea della morte, ancora una volta.

Avrei voluto proteggerlo, come ogni madre, evitargli momenti come questo e nel mio cuore temevo che sarebbe stato un duro colpo per lui. Ma, con la meravigliosa capacità che hanno i bambini di affrontare tutto, mi ha ascoltata quando gli ho spiegato quello che era accaduto e con un semplice cenno della testa ha affrontato quella notizia in modo sobrio come farebbe un uomo maturo.

L’ho guardato un po’ stupita. Ma fiera.

“Quando ci sono i funerali?” mi ha chiesto poi. “Voglio venire” ha aggiunto, deciso.

É venuto ai funerali e l’ho portato con me anche alla sepoltura perchè capisse cosa significa per un corpo morire, sapesse dove viene conservato, vedesse con i suoi occhi tutto. Per dargli gli strumenti per affrontare l’inevitabile in futuro anche se non si è mai del tutto preparati per simili eventi.

Cerchiamo sempre di evitare ai bambini la sofferenza, ignari del fatto che sono proprio loro, attraverso le loro reazioni adulte, che ci aiutano ad affrontarla nel momento in cui noi stessi ci sentiamo ancora bambini.

É come se ci prendessero per mano, guidandoci attraverso il dolore per permetterci di venirne fuori.

Finalmente l’estate… o forse no.

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Vita da traduttrice #1

Ho atteso per mesi che arrivasse il caldo, il sole pieno che riempie di luce tutto, le giornate che si allungano e l’aria fresca (quando capita) della sera, le passeggiate e le chiacchiere con parenti e amici che non vedi da tempo o quelli che hai la fortuna di avere vicino.

Quest’estate, mi dicevo, devo proprio godermela. E poi c’è la mia bambina, sarà bello portarla in giro, farle respirare un po’ d’aria salmastra, così benefica. E far divertire mio figlio di nove anni che non vede l’ora di tuffarsi in mare e giocare con i suoi amici e con le sue cugine. Sì, sarà bello, mi dicevo.

Ora siamo al 28 di luglio, dopo mesi di stop le traduzioni di cui mi occupo sembrano magicamente quintuplicate e il mondo pare non poter più fare a meno dell’italiano, la mia lingua. Piovono richieste da ogni dove.

Mi ritrovo seduta davanti allo schermo per diverse ore al giorno – tra una pappa e un cambio di pannolino, una cena improvvisata e una sistemata alla casa in tutta fretta – per poi crollare nel letto a un’ora in cui la maggior parte dei miei amici esce di casa per la famosa passeggiata.

L’estate mi sta scivolando tra le mani, mi ripeto, mentre traduco come una forsennata.

Ho bisogno di uscire, penso, mentre consulto un dizionario online per cercare un particolare significato o faccio appello alla mia memoria per dare un senso alle parole che mi riempiono gli occhi e la mente.

Devo proprio rivedere un po’ di amici, mi dico, terminando l’editing dell’ennesimo libro.

Basta, oggi vado al mare! Decido chiedendo il nuovo file, non prima di averlo salvato nell’apposita cartella del desktop.

Mi alzo dalla sedia, pronta a godermi un pomeriggio di relax dopo settimane di super lavoro. E faccio un giro per capire se sono tutti d’accordo con me. La situazione che trovo è questa: figlia piccola che dorme beatamente da un numero imprecisato di ore, suo padre che le fa compagnia dopo una settimana di lavoro estenuante, figlio grande che gioca allegramente con le sue macchinine.

Quasi quasi, mi faccio un caffè e torno alla mia traduzione. Mi porto avanti con il lavoro.

Tanto il mare è sempre lì… che mi guarda. 😛